Nel cuore di Londra, per esempio, aprono la porta del loro regno Angela Hartnett e Jason Atherton, la prima, di origine italiana, chef al The Connaught; il secondo, amatissimo in patria, al Gordon Ramsey. A Copenhagen, invece, un prestigioso
kitchen table per otto persone si trova nel The Paul di Paul Cunningham. E se decidete di spingervi così a nord, lungo la strada potrebbe venirvi voglia di provare lo
chef’s table dell’Aqua di Lucerna, dove possono cenare anche dieci persone, o quello, più piccolo ma molto ambito, che Philippe Chevrier ha predisposto nella cucina del suo Chateauvieux di Satigny, nello scenario della campagna ginevrina. Qui la maratona gastronomica si svolge al suono di “Oui, chef!”, la parola d’ordine dei cuochi a cui Chevrier ogni giorno affida il compito di preparare i piatti da lui elaborati. Lungo un piano di acciaio che si snoda come un serpente, c’è chi si occupa degli antipasti e chi del pesce, chi delle verdure e chi delle salse. Se siete fortunati e non avete fretta, potreste anche assistere a una buona mezz’ora di schiuma e acqua corrente. Cioè alla pulizia della propria area di lavoro, mansione imprescindibile di cui ogni cuoco si occupa in prima persona.
Un tempo riservato solo a critici e a clienti speciali, lo chef’s table si può oggi prenotare via internet e consente anche ai meno introdotti di vedere al lavoro cuochi di levatura eccezionale come Chiarlie Trotter, a Chicago, o Juan Maria Arzak, a San Sebastian. Certo, riuscire ad ottenerlo potrebbe non essere cosa semplice. Anzi, talvolta, come nel caso di Ferran Adrià e del suo mitico El Bulli (nei pressi di Barcellona), è praticamente impossibile, almeno per quest’anno. Nell’attesa, potreste provare a consolarvi in mare aperto, magari a bordo della Emerald, ultima nave della flotta Princess Cruises, dove, in onore a un’atmosfera tutta romantica, allo chef’s table si può cenare anche in due.