Lavoro, sto arrivando!
L’età
adulta è anche questo: preparare un curriculum, fare quella telefonata che
tanto ci preoccupa, affrontare il colloquio. Come? Ascoltando e ascoltandosi. E
facendo attenzione al linguaggio del corpo,
che dice moltissimo…
C’è chi vi dirà che è tutta questione di fortuna e chi,
invece, sosterrà che a farla da padrone sono sempre e comunque le conoscenze.
Ma la verità è che a farci vincere o perdere la sfida di un nuovo lavoro siamo
il più delle volte noi stessi. Parola chiave di questa sfida è convincere.
Siamo perfetti per quel posto? Lo vogliamo a tutti i costi? Allora l’unica cosa
che ci resta da fare è far sì che lo pensi anche il datore di lavoro. Ma come?
Innanzitutto scrivendo un curriculum vitae praticamente perfetto.
Niente paura, non sono richieste speciali abilità narrative. Piuttosto, la
capacità di selezionare, fra le informazioni riguardanti gli studi e le
esperienze professionali, quelle più inerenti e funzionali al lavoro che
vogliamo ottenere: meglio sintetizzare, togliere qualche cosa, che rischiare di
stordire con troppe esperienze poco significative. Senza dimenticare il sapore
di qualche nota più personale: le passioni e gli interessi dicono a un
osservatore attento chi siamo davvero.
Scrivere un curriculum spesso aiuta a chiarirsi le idee, e
avere le idee chiare è importate per affrontare al meglio la vera sfida di un
nuovo lavoro: il colloquio. Se il cuore batte e una goccia di sudore scende
lungo il fianco, è arrivato il momento di un bel respiro. Perché quando
apriremo la porta dovremo essere rilassate, aperte all’ascolto e pronte al
dialogo, all’imprevisto. Anche se il più delle volte vengono poste domande sul
curriculum, non è utile preparare discorsetti preconfezionati. Meglio
predisporsi ad ascoltare con attenzione e a riflettere prima di rispondere,
ponendo attenzione ai segnali del nostro corpo. Il linguaggio non verbale,
infatti, concorre al successo (o insuccesso) quanto, se non più, dell’altro. Un
buon maestro? Lo specchio di casa: che impressione si dà se invece di sedere
composte ci si lascia andare contro lo schienale? Qual è il messaggio nascosto
nelle braccia incrociate davanti al petto? Che cosa si prova verso chi non
guarda mai negli occhi o parla con un tono monotono e piatto?
Queste attenzioni sono utili anche nel caso di un colloquio
di gruppo, con altri candidati. Niente paura, non si deve parlare della propria
infanzia di fronte a dieci persone. Più facilmente, viene chiesto di risolvere
un problema (obiettivo dell’azienda) insieme agli altri. Questa modalità di
selezione mira a mettere in evidenza le capacità relazionali: come spieghiamo e
portiamo avanti il nostro punto di vista, se e quanto siamo capaci di
ascoltare, che modalità utilizziamo per arrivare alla soluzione. Siamo capaci
di esprimere le nostre idee senza imporci? Riusciamo a stare lontani dai litigi
senza per questo assumere atteggiamenti remissivi? In altre parole: sappiamo
mediare e, allo stesso tempo, contribuire alla risoluzione del problema in modo
condiviso? Questo, infatti, è l’obiettivo che non dobbiamo dimenticare, anche a
costo di mettere da parte il desiderio di avere ragione.