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Take care, una nuova forma di maternità

Adottare per scelta, creando famiglie multicolori. Si diffonde il bisogno di “prendersi cura”. Come ha fatto l’attrice Angelina Jolie. E come accade in natura.

 

Il piacere è sempre lo stesso: aiutare un bambino a crescere, consolarlo quando piange, ridere con lui, sostenerlo nei momenti difficili, sgridarlo se serve. Ma per provarlo, alle donne che scelgono l’adozione pur potendo avere figli propri, è richiesta una capacità in più: slegare la maternità dal parto e dai nove mesi della gravidanza e annodarla alla voglia di prendersi cura di chi è già nato, di dedicare le proprie capacità materne a bambini dal destino oscuro. Gli anglosassoni chiamano questa capacità take care, “prendersi cura”. È questa disposizione d’animo che ci porta ad allargare il nostro nido, a scommettere su una famiglia formata da fratelli e sorelle che provengono da storie e lingue diverse, con differente colore di pelle e differenti tratti somatici.



Lo esemplifica molto bene la vicenda della diva hollywodiana Angelina Jolie, il cui desiderio di adozione, più che un capriccio, sembra un percorso vero, che si snoda a partire dal 2001: in quell’anno, infatti, la Jolie si reca in Cambogia per girare Tomb Raider. A contatto con la povertà e la natura, la più aggressiva e ambigua attrice degli States sembra  rinascere dotata di nuova umanità: diventa Ambasciatrice di Buona Volontà presso l’Alto Commissariato dei Rifugiati dell’Onu, viaggia da un punto all’altro del pianeta, adotta. Prima il cambogiano Maddox, poi l’etiope Zahara e ora, dopo una figlia naturale con Brad Pitt, il vietnamita Pax Thien. Angelina non è l’unica. Da Madonna a Sharon Stone, da Calista Flockhart a Meg Ryan, fino a una vera e propria icona dell’adozione internazionale, l’ex moglie di Woody Allen, Mia Farrow (quattordici figli di cui dieci adottivi), la maternità adottiva si diffonde a macchia d’olio. Basti pensare che nel nostro Paese l’adozione internazionale ha coinvolto, dal 2000 al 2006, più di 13.000 coppie (fonte: Commissione per le Adozioni Internazionali) e se per molte di esse adottare è ancora un’alternativa a una maternità impossibile, c’è anche chi lo sceglie pur avendo figli propri e si dichiara disponibile a prendersi cura di due (il 18,5% nel 2005) o, addirittura, 3 bambini (3,7% l’anno appena passato).

Si dà vita, così, a una famiglia frutto di incontri e di scelte che vanno oltre il desiderio di perpetuare la specie. E si tratta di un fatto che non riguarda solo l’essere umano, come sa bene chi ha dimestichezza con gli animali: cagnette che nutrono cuccioli di gatto o tigrotti, tigri che allattano maialini, galline che covano uova di anatre, anatre che seguono esseri umani. A trarne vantaggio sono i bambini, i cuccioli con l’infanzia più lunga che, come sanno tutte le persone dotate di take care, hanno bisogno di sguardi, di mani affettuose, di protezione e di cure individuali.