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La Repubblica Democratica del Congo

L’intervento di Chilly e Pangea

Nonostante le sue immense risorse naturali, la Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più poveri del mondo. Posizionata al 140° posto (su 177) nella classifica dell’UNDP (United Nations Development Program) sullo sviluppo umano, il Congo vive una situazione di profonda crisi e instabilità che impedisce al Paese di risollevarsi da una guerra durata 5 anni.

Le ricchezze del Congo rappresentano la fonte delle disgrazie di un popolo vittima di violazioni dei propri diritti che vive in una situazione di povertà, malattia, fame e mancato accesso ai servizi basilari (acqua potabile, medicinali, servizi igienici e strutture sanitarie). La guerra ha completamente distrutto le infrastrutture e il tessuto socio-economico del Paese, ha prodotto una frattura nei sistemi di sostegno alle famiglie e alle comunità locali, accrescendo la vulnerabilità soprattutto delle donne.


Alcune cifre: il reddito annuo medio pro-capite di un congolese è di circa 100 dollari, il che significa che la maggior parte della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. La disoccupazione sfiora il 90% e vige un’economia di sussistenza. Solo il 45% della popolazione congolese ha accesso all’acqua potabile. Nella stessa capitale, Kinshasa, interi quartieri sono privi d’acqua e le donne devono fare molti chilometri ogni giorno per procurarsela.
Kinshasa, un tempo centro culturale del Paese, oggi è allo stremo delle sue possibilità di sviluppo a causa dell’afflusso di milioni di profughi che ormai da anni vivono con la paura di una nuova guerra civile.
A 30 chilometri a sud-est di Kinshasa c’è il distretto di Kimbanseke, una zona periferica di 200.000 residenti, organizzati in 40 comunità. In quest’area abbandonata a se stessa mancano praticamente tutti i servizi essenziali: le aree con acqua potabile non hanno elettricità e viceversa. La maggioranza della popolazione vive giorno per giorno poiché il costo della vita ha raggiunto livelli proibitivi. 


Sono le donne, insieme ai loro figli, a pagare le conseguenze più pesanti di questo contesto d'insicurezza, povertà, mancanza di igiene e diffusa impunità.
Ancora oggi i maltrattamenti sulle donne vengono compiuti come strumenti e azioni di guerra nelle regioni orientali dove continuano i combattimenti e vige un’ignoranza generalizzata sui diritti umani e sul rispetto reciproco.


LA SITUAZIONE delle donne congolesi
   


Le donne congolesi sono vittime di discriminazioni in ogni ambito della loro vita.
Anche laddove esiste una legislazione più egualitaria, spesso subentra la consuetudine legata alla scarsa cura ed attenzione alla salute riproduttiva, all’istruzione e ai diritti civili. 

Il tasso di mortalità materna è di 890 gestanti ogni 100.000 parti.
La maggior parte dei parti avviene in ospedali pubblici, ma raramente vengono effettuate le visite di controllo post-natale. Solo il 3% delle donne utilizza contraccettivi e l’aborto, poiché è illegale, viene spesso praticato clandestinamente con conseguenze a volte fatali per la vita delle madri.

Le donne congolesi sono le vittime primarie di situazioni precarie nell’ambito igienico-sanitario, ma lo sono anche a causa di usi e costumi che nascono all’interno della famiglia stessa, sin da quando sono piccole.

Ad esempio, dal 1990 a oggi è aumentato sempre di più il numero di bambine che abbandonano la scuola, rispetto a quello dei bambini. La percentuale di ragazze che frequentano la scuola secondaria è nettamente inferiore a quella dei ragazzi. Lo squilibrio numerico è dovuto principalmente alla tradizione e a una cultura patriarcale che relega le donne in casa e non ritiene necessaria la loro educazione.
Di conseguenza, data una preparazione scolastica inadeguata, le donne non possono aspirare a posizioni professionali elevate. Esse, infatti, costituiscono il 65% della forza lavoro dedita alla produzione del cibo e il 100% di quella addetta alla lavorazione dei prodotti agricoli.

Il diritto di famiglia, inoltre, prevede che in caso di disaccordo tra i coniugi prevalga la decisione del marito. L’uomo infatti è il capofamiglia e, in quanto tale, ha il diritto di proibire alla moglie di lavorare, se lo ritiene in contrasto con gli interessi della famiglia stessa.
Anche il diritto penale contiene varie norme a sfavore delle donne: una donna che abbia una relazione extra-coniugale viene condannata per adulterio, ma tale norma non vige anche per l’uomo. Il codice penale, inoltre, assolve il marito responsabile dell’omicidio della moglie adultera se colta in flagrante nella casa coniugale. 


Chilly e Fondazione Pangea Onlus rinnovano il loro impegno per cambiare e migliorare questo scenario, per sostenere attivamente le donne congolesi a partire dall’ambito igienico sanitario, per realizzare concretamente un cambiamento delle loro condizioni di vita e difendere i loro diritti.

Fonte: dati forniti da Fondazione Pangea Onlus.